Sant’angelo dei lombardi – avellino
Impressioni di un autobussista
Se possedessi un’automobile – in
America il privilegio si va estendendo oramai a tutti i cittadini – mi
chiamerei automobilista: non l’ho e costretto a servirmi dell’autobus pubblica
la «Spa» 6148, che, per l’alacre iniziativa della «Sita» percorre queste
contrade, mi battezzo autobussista!
Sant’Angelo dei Lombardi-Avellino i due capolinea,
capoluogo di circondario e capoluogo di provincia sono i termini di un percorso
di cinquantacinque chilometri, che svela agli occhi del viaggiatore bellezze
che sempre si rinnovellano e ricreano lo spirito con infinite curiosità.
Quel difetto particolare degli italiani, che pretendono
tutto intuire, secondo il termine di genialoidi ignorantoni, senza leggere
e senza viaggiare nella aridità mentale delle rappresentazioni ed in quella
spirituale delle sensazioni, trova negli irpini il maggiore riscontro.
Gongoliamo nel chiamarci figli dell’Irpinia verde, sempre verde come la
speranza e la miseria … e non ci accorgiamo di cadere in una simbolica e
sentimentale frase fatta, allorchè, con un esame di coscienza, ci domandiamo
quante parti di questa nostra meravigliosa terra sono note a noi irpini!
Scrivo, del resto queste impressioni d’inverno, ed il
verde è, per ora nei nostri cuori …
A Sant’Angelo (a. 870 m.) albeggia (ore 6) e la Spa,
tutta grigia come uomini e cose in questa caligine mattutina, vien tratta fuori
dal dormitorio ed approntata per la diuturna prova.
Vincenzino Petitto, caro, simpatico ed ardimentoso tipo di
pilota d’automobili, azzardatosi al volante in guerra, fra i dirupi della
Carnia, dalla semplice ingenuità di quei giovani di azione, ai quali si affida
la vita di trenta simili in un viaggio di macchine e vie spesso perfide,
ispeziona congegni, lubrifica ingranaggi, prova freni, abbevera il radiatore,
dà la messa in moto. Ahime! Il motore non rulla, non romba, non russa (s’è
svegliato adesso!) come dicono oggi gli scrittori mondani di moda ….
Ha secondo noi, semplicemente un dolore di pancia. Il vento gelido che, su questo alto colle, spira sovrano, mentre dà alle vie della cittadina lo spazzamento gratuito, imbarazza il nostro motore.
A qualche moccolo di Vincenzino tien dietro la irata imprecazione di Antonio Matteo, un piccolo bruno santangiolese autentico di Sant’Angelo, bigliettaio, ispettore, responsabile morale del viaggio, capitano di piccolo corso, investito di poteri civili, giuridici ed economici dell’autobus.
Alla fine si parte, spesso in pochi, e ce ne dispiace per la signora società che non merita tanta indifferenza.
Il motore scoppia nei quattro tempi ritmicamente succedentisi e si lascia dietro l’urlo tanto noto, mentre i freni si stringono con aspra ruvidenza.
I tourniquets, ad angolo acutissimo, della discesa di Sant’Angelo ci ghiacciano l’animo più del gelo della rotabile stessa che tende insidie per lo slittamento, ma Vincenzino è un elegante mago del volante e la sicura perizia del pilota acqueta l’ansia nostra in un dormiveglia che è il sogno-relatà del mattino.
Alle curve, che si snodano in un paesaggio incolto e selvaggio, s’impongono i primi prudenti rallentamenti, a causa della aguzza breccia che liquiderebbe i pneumatici della Spa – se ne avesse – e dei collabenti parapetti di due o tre ponti ancien regime della rotabile nazionale.
Provvederete quando, o saggi ingegneri preposti a questo tratto stradale? Perdonateci questo inciso.
Sulla spianata del monte Porrara si comincia a filare e si guadagna, attraverso campi dalla vegetazione più varia e più ricca, il tenimento di Torella dei Lombardi. Salve, o mia nativa borgata! Non molti anni orsono, ti toccò l’alto onore di essere citata da Francesco De Sanctis nel suo brioso «Viaggio elettorale» quando il sole salutò il grande irpino sulla «Piana di Torella». Oggi deve salutarti il nuovo sole del progresso se la rumorosa Spa, anziché lambirti un fianco e lasciarti al Bivio Losco, come la negletta Cenerentola, romberà fra le tue case!
Al Bivio Torella c’è sempre concorso di passeggeri. Immancabili il Dott. De Laurentiis ed il Commerciante Giovanni Preziosi. Sono continue iniezioni ipodermiche di biglietti da 10 lire che Torella pratica alla spettabile «Sita».
Lo rammenti l’ottimo direttore e non si turi le orecchie alle nostre minime pretenzioni.
Dal Bivio Torella la rotabile si stende in serpeggiamenti a grandi braccia fra colline civettuole ed oasi di boschetti che, d’estate, danno al paesaggio un’intonazione di ombre e di colori meravigliose, costeggia le sorgenti de l’Ofanto e, lasciatasi sulla sinistra Nusco, più vicina a Dio che a noi, sul cocuzzolo di una montagna (alt. 912!), ridiscende, attraverso una costa mezzo deserta, alla vallata del Calore, a Ponteromito.
Il giorno, che s’inoltra, sveglia i semidormienti e nell’interno dell’autobus comincia il vocio.
La lattiginosa nubecola, che ondeggia sul Calore, che scorre di un verde cupo a valle, mette un frizzo nelle carni. Antonio litiga con i viaggiatori che son venuti col danaro non contato, Vincenzino sorride per l’implacabile meticolosità nell’esigere del compagno.
Ecco il passaggio a livello … al solito senza custodia … con un’ironia di cartelli di segnalazione, fatti non per gli analfabeti, e posti quasi sul binario della strada ferrata, quando il Touring Club ne prescrive la giacitura per lo meno a duecento metri da quella.
Possiamo azzardarci ad un secondo inciso per voi, o burocrati delle FF. SS. perché vogliate interessarvi della faccenda che costituisce un perpetuo pericolo per i transitanti?
Sorpassato di slancio, con un magistrale cambio di velocità e a tutto acceleratore, il vecchio ponte sul Calore, angusto tanto che la macchina pare confezionata su misura, da questa valle – ove per poco le meraviglie di Prometeo, il vapore con la strada ferrata, il motore con l’automobile e dell’idraulica, con i pastifici Del Sordo si sono intersecate nella vivida loro opera di progresso – ci inerpichiamo per tortuosi contorcimenti a Montemarano.
È il tratto più uggioso della linea, non per l’aridità del panorama pittorico, chè basta volgersi d’intorno e mirare l’opalina conca di Laceno ed il lucicchio, ai primi raggi del sole, di un anfiteatro di colline degradanti in un cerchio, ma per la forzata salita, succedentisi in un cambio ininterrotto di velocità, nello sfrizzo di qualche candela ribelle … I giovani viaggiatori protestano, i vecchi filosoficamente ammoniscono che quarant’anni orsono, sulla stessa strada, si viaggiava pigiati in un’angusta corriera postale, armati fino ai denti, non con la Spa, ma con lo spa .. ghetto di trovarsi, da un momento all’altro, dinanzi ai tromboni, dal bersaglio infallibile, delle bande brigantesche!
LOREM CORPORATE CEO
Duis aute irure dolor in reprehenderit in voluptate velit esse cillum dolore eu fugiat nulla pariatur. Excepteur sint occaecat cupidatat non proident, sunt in culpa qui officia deserunt mollit anim id est laborum.
Vincenzino, pianamente, trattandosi di una candela del motore che s’impunta biascica: «Sempre le candele!» senza evidenti allusioni alle avventure più o meno arcadiche, che sulla linea automobilistica Sant’Angelo-Avellino – come in ogni servizio pubblico di trasporti – sogliono talvolta capitare.
La vegetazione di questa costa aprica – se ne togli qualche rachitica boscaglia – è costituita, in massima, dalla vite. Ci rendiamo ragione della coltura accuratissima di essa e del vino che spreme dai suoi grappoli – tredici o quattordici gradi di alcool come tasso normale – quando, al termine della snervante ascesa, siamo a Montemarano, a 820 sul livello del mare. Si potrebbe mai vivere a queste altitudini, senza benzinarsi (reminiscenza di un termine militare degli alpini) come il serbatoio della macchina che ci trasporta, in aspra fatica?
E tirremm innanz con un arrivederci alla strada nazionale che, qualche chilometro dopo Montemarano, va a svolgersi fra le gole di Volturara, mentre la nostra Spa infila la provinciale che, se lascia molto molto a desiderare per manutenzione e sicurezza, ci offre, in compenso, uno degli spettacoli di natura più suggestivi, una delle delizie di questa plaga d’Irpinia purtroppo sconosciuta.Scorre su di un contrafforte, dalle mille volute, dalle innumerevoli meraviglie. Gira e spunta, spunta e rigira, mentre lo sguardo può affisarsi fin su Ariano di Puglia, lontanissima ed in risalto nel primo splendore di sole che deterge l’atmosfera, mentre le paurose svolte, protette anche qui da embrioni di muricciuoli che non parano nessun petto, ci fanno trattenere il respiro, piombiamo, dopo un rauco squillo della sirena avvisatrice, d’émblé, in Castelvetere.
Begli occhi che spiano alle finestre … con nelle pupille il resto di un sogno dorato … occhi che dardeggiano quelli della castelgiovane, per dio! e non delle castelveteresi come tutti le chiamano.
D’improvviso … un frastuono indiavolato. Cosa diamine succede? – ci domandiamo perplessi.
È semplicemente l’Avv. Palermo, l’indistruttibile dal moto perpetuo, il primogenito del Chiasso, che invade la macchina.
E, mentre attraversiamo boschi di castagni di tutte le età solcati da rivoletti che balzano scintillanti su nitide pietraie, mentre la natura, qui, più che altrove, ingemma di poesia la nostra dolce Irpinia, con un particolare cesello di deliziose curiosità e di strani ghiribizzi che vi entusiasmano il cuore, il gridio dell’avvocato – che questi luoghi conosce a menadito – vi distrae rumorosamente le orecchie.
Fino a Chiusano – correndo sotto la cappa di una montagna folta di tronchi – il paesaggio è veramente incantevole, direbbe un romantico. Chiusano ha l’appellativo di un Santo, San Domenico di Guzman (credo), il santo più turista dell’antichità!
Mentre voi siete attratto nell’orbita delle considerazioni mistico-pagane, l’avvocato prodigio spiffera ad una signorina che ha emesso un piccolo grido di terrore, per il rimbalzo della Spa lungo un ponte indifeso: «Ah, signorina, v’intestardite ancora con le jubes-cullottes in questi viaggi! Le nostre nonne portavano le gonne a campana per avere il benefizio del paracadute nel salto all’abisso. Sapienza antica: imitatela! Omne tulit punctum…».
La considerazione, all’agrodolce, è savia, quantunque nessuno abbia compreso il latino dell’avvocato – ma Chiusano, frattanto, è alle nostre spalle – e ci ricongiungiamo oltre Parolise alla strada nazionale, che da questo incrocio conduce ad Avellino ampia e comodissima.
Dio, le viuzze di Parolise e di S. Potito! Ci si potrebbe tendere la mano dall’una all’altra delle case che le fiancheggiano – come a Bari vecchia. – E se Vincenzino fin qua ha dovuto aver forza di nervi, in un assillante embrayer e debrayer per secondare le scabrosità, le insidie e i dislivelli del terreno, ora ha da vedersela a tu per tu coi carrettieri che, nei pressi di Avellino, diventano addirittura di un’insolenza intollerabile e se n’impipano del più elementare regolamento di percorso stradale! I dirigenti della «Sita» sanno di certo l’ardore e lo scrupolo che portano i loro due impiegati, Petitto e Matteo, nel disimpegno delle mansioni su questa linea e non lesinano, di certo, lodi e ricompense ai due benemeriti.
Oramai si scende ad Atripalda – guai se è di giovedì, giorno di mercato affollatissimo – I negozi espongono la crassa abbondanza: V’è di tutto … che vi eccita l’acquolino in bocca, dopo il massaggio addominale che vi è stato insensibilmente praticato dal rullio della macchina per tre ore e più, ininterrotto.
Il paesaggio si è mutato in una landa, a zone oscure, irrigate, fertilissime … che non parlano di poesia … parlano di qualcosa di più sodo … di borsa. Ed Atripalda è straricca.
Da Atripalda ad Avellino, se il viale, bordeggiato da ippocastani, non ha mezzo palmo di breccia o fango, ci si va presto.
Siete stanco, innegabilmente, ma vorreste che la visione di un paesaggio così policromo che vi ha beata la vista e trasfusa nei nervi un’essenza di puro lavacro, non cessasse ancora con la rapidità della delusione di un bel quadro cinematografico.
Avellino ci accoglie nel solito ritmo della vita della capitale di provincia. Eccoci a Piazza della Libertà … ce lo dice l’orologio del Campanile che segna il tempo con la più licenziosa libertà e fa allibire i conducenti di questo piacevole viaggio – … ma il sorriso del signor Cappucci, che, sull’entrata dell’agenzia «Sita» consulta, con soddisfazione, l’infallibile suo cronometro, è confortante. Sono le nove e mezza: orario precisissimo.
Nihil pro nihilo! Alla stoccata!
Direttore egregio di così benefico servizio, vorrete ricompensarci di quanto abbiamo detto, concedendoci che l’autobus, con un modico rimaneggiamento del prezzo di corsa, sacrifichi tre minuti – andata, ritorno, carico e scarico – per toccare Torella, il solo paese, sulla linea, lasciato obliosamente in disparte?
Michele De Laurentiis
Corriere dell’Irpinia, 18 marzo 1923



